INTERVISTA AL REGISTA DI “TUTTA COLPA DI FREUD”, PAOLO GENOVESE di Giuseppina Biondo

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Tutta colpa di “Tutta colpa di Freud”, se da quando sono uscita dal cinema Odeon di Milano, sono ritornati i pensieri più antichi del cuore di una donna, quelli sull’amore. E pensare che c’ero quasi riuscita: era da settimane che esercitavo i “no” sui maschi. E si sa, meno si cerca, più si trova.
Intervistare adesso Paolo Genovese, oltre ad essere un onore ed un piacere, è il pretesto per avere dei chiarimenti e ottimi consigli.
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1) Un po’ Sara, un po’ Marta, un po’ Emma, lei sa, dott. Genovese, quanto può far male un film come il suo ad una donna complessa che si rivede nelle tre figlie dell’analista Francesco (Marco Giallini)? Ovviamente le sto rivolgendo un complimento, noi amiamo proprio questo nei film e nei romanzi, il dramma. Lo so, il suo non è un film drammatico, ma si fidi, per alcune donne il dramma c’è sempre. Il comic-dramma possiede un effetto curativo, catartico, straordinario e viene quasi sempre ricercato. Lei, Paola Mammini e Leonardo Pieraccioni avete pensato al soggetto del film indirizzandolo sin da subito ad un pubblico prevalentemente femminile?
L’idea era quella di raccontare tre donne diverse, quindi chiaramente si pensava di fare una commedia femminile, però non necessariamente. Poi le commedie femminili sono indirizzate solo ad un pubblico femminile; ecco insomma, in questo caso, il taglio è quello però viene comunque vista attraverso gli occhi del padre, quindi c’è sia un punto di vista femminile che un punto di vista maschile, in qualche modo.

2) Sagace e ironica, la commedia riesce a far ridere quasi ininterrottamente il pubblico. Già sin dal trailer, esilarante, si è incuriositi. Come nasce l’idea di questa trama? Mi interessa davvero sapere dove si trovava quando è giunta la storia, se c’è stato un volto che l’ha ispirata… stava passeggiando in qualche via? Insomma vorrei sapere una curiosità biografica della storia stessa, qualche particolare quotidiano dell’invenzione.
Questo è abbastanza difficile da capire, nel senso che purtroppo un’idea non nasce mai in un momento. C’è un momento in cui si decide di fare un film. Questo film è nato stratificato, quindi l’idea di fare una commedia al femminile è il punto di partenza. Già parecchi anni fa volevo fare un film che trattasse questo tema. Poi purtroppo le storie d’amore sono state sviscerate in tutti i modi, non è facile essere originali su commedie sentimentali. Quindi piano piano, nel tempo, ho cominciato a pensare a quali potrebbero essere dei punti di vista originali, perché se magari, ecco, sull’amore è stato detto molto, se non tutto, quello che noi possiamo fare, come autori, è cercare quanto meno un punto di vista originale.
Quindi nel tempo è venuta fuori la storia del sordomuto, in qualche modo mi piaceva trattare l’handicap. Successivamente, poi, la storia della Foglietta, comunque trattare l’eterosessualità al contrario mi divertiva. E poi, l’ultima storia… ma insomma sono venuti in tempi diversi, in momenti diversi. Certamente dopo “Una famiglia perfetta”, ho deciso di fare, di raccontare questa storia, in maniera embroniale era già sparsa negli appunti, ecco.

3) Romanzo, soggetto, sceneggiatura. Scrivere un romanzo è senz’altro più complicato, pesante, che concludere un soggetto o una sceneggiatura. Mi sbaglio? Per la prima volta lei si è gettato nella fatica letteraria della stesura dell’opera: è infatti possibile trovare “Tutta colpa di Freud” edito dalla Mondadori. Ci racconta la differenza nel suo approccio al lavoro di redazione? Quanto il romanzo viene scarnato per essere sceneggiatura? E che tempi verbali ha usato nel primo e quali nella seconda? Un esempio. Se dovessi descrivere una scena per un libro, io userei il passato, mentre per una sceneggiatura mi verrebbe più naturale il presente. È così scontata e diretta la differenzastrong>?
Beh, sicuramente è più complicato, se non altro perché il romanzo è un opera compiuta, nel senso quello è. Mentre una sceneggiatura è un’opera incompiuta, nel senso che la sceneggiatura rimane lì: senza essere girata, non ha valore.
Romanzo e sceneggiatura sono proprio cose diverse, il romanzo è un prodotto finito, il romanzo va al pubblico. Il pubblico deve leggere e dentro il romanzo deve trovare tutto ciò che fa parte del tuo racconto. Poi puoi scegliere di scrivere al passato al presente, ma è una questione di stile. La cosa importante è che sia autosufficiente, ecco il romanzo racconta completamente la tua storia. La sceneggiatura, in realtà, è uno strumento tecnico, non andrà mai in mano a nessuno, se non a chi gira il film. Quindi ognuno se la scrive come vuole, per me sono quasi degli appunti. Ed è al tempo passato perché necessariamente è lo strumento che racconta cosa sta succedendo, ma sono proprio due cose diverse.

4) Lei si è laureato in economia e commercio a Roma, città in cui è nato. Quando ha capito che il mondo del cinema era la sua priorità? E come ha resistito agli studi di economia, avendo una vena artistico-creativa?
Nasce da sempre perché ho una piccola compagnia teatrale e mi piaceva comunque raccontare storie, scrivevo, eccetera eccetera. Però ovviamente da lì a farne una professione, la distanza è lunga, quindi comunque mi sono segnato in economia con l’idea di, in qualche modo, ecco, avere un piano b. Poi ho cominciato con i cortometraggi come tante persone, e sono stato fortunato, se sono riuscito a fare questo lavoro, ma non era scontato. Quindi gli studi erano il mezzo per comunque garantirmi un futuro, non essendo di famiglia ricca, mi devo mantenere in qualche modo.

5) Regista e film preferiti? Quelli che segue come modelli e quelli con i quali sente maggiori affinità?
Ci direbbe anche qualche nome di attrici e attori stranieri con i quali le piacerebbe collaborare?

Ce ne sono tanti, mi piacciono le commedie inglesi, che sono satiriche, pungenti; mi piacciono le commedie sentimentali americane. Andando nel passato, tra i miei preferiti, c’è tantissimo Monicelli, De Sica mi piaceva tantissimo. Insomma c’è una cinematografia molto ampia. Io sono onnivoro, amando il cinema, prendo di tutto.
Mi piace molto Anna Hathaway, trovo sia molto brava, bella, intensa, mi piace molto. Come attore, in Italia, mi piace Elio Germano, mi piacerebbe lavorare con lui, insomma. All’estero ce ne sono così tanti, Javier Bardem mi piace molto.

6) Una caratteristica che salta subito all’occhio e all’orecchio del pubblico italiano quando guarda “Tutta colpa di Freud” è la naturalezza degli attori e delle scene. Ottima sceneggiatura, ottimi movimenti e scenografie. Viene più volte da esclamare che non sembra neppure un film italiano. Conoscerà sicuramente il brutto pregiudizio che ci portiamo nei confronti del cinema nostrano. Quello che “le nostre serie televisive e i nostri attori sembrano finti” e tutti “amiamo il cinema americano”. Siamo di fronte ad un bel problema: agli italiani spesso non piace la regia e la recitazione italiana più recente. Forse è tutta conseguenza del solito disfattismo del cittadino medio. Lei ha, infatti, lavorato con molti bravissimi attori e in quest’ultimo suo film ne ha dato una splendida galleria: Vittoria Puccini, Anna Foglietta, Claudia Gerini, la giovanissima Laura Adriani, per continuare con Marco Giallini e Alessandro Gassman. Qual è la caratteristica che non deve mancare ad un buon attore? E quale consiglio si sente di dare a chi volesse intraprendere quest’arte? C’è un esercizio, un segreto che vuole regalarci?
Sicuramente lo studio. Io penso che gli artisti che si amano definire tale, punto, non esistono. Trovo che questo sia un lavoro, quindi prima di essere artisti, bisogna essere dei professionisti. E quindi puoi avere talento, no, avere talento è fondamentale, ma il talento da solo non basta. Il consiglio è comunque approcciarsi a questo mestiere come un mestiere, cioè non pensare di svegliarsi una mattina e dire io so recitare, andare sul set. Quindi studiare, studiare, sstudiare… applicarsi. Ci sono tante scuole, ognuno deve trovare la sua strada, c’è il centro sperimentale. Però il fatto non è consigliare una scuola, è consigliare una forma mentis. Studiare, acquisire delle conoscenze, ecco.

7) Pieraccioni è un altro regista e attore italiano amatissimo. Già da tempo avete instaurato una solida collaborazione. Quando e come è nata? Cosa vi unisce e cosa vi rende diversi? Ci parli un po’ anche di Paola Mammini.
Ma guarda con Pieraccioni, allora lui mi ha chiamato per scrivere la sua sceneggiatura, insieme, insomma, del suo nuovo film “Un fantastico via vai”; quindi abbiamo lavorato insieme a “Un fantastico via va”, ci siamo trovati bene e in qualche modo ha collaborato alla scrittura del soggetto.
Stesso discorso con Paola Mammini, ci siamo conosciuti, ci siamo trovati bene. Lei è molto brava, è una sceneggiatrice che ho imparato a stimare molto e quindi abbiamo collaborato insieme a questo soggetto. Non escludo che lavoreremo insieme in futuro, ecco.

8) Sereno il finale: tre lieto fine e due no. Pensa di aver scritto delle dinamiche realistiche, probabili a verificarsi? Alimenti pure la speranza del suo pubblico oppure ci dica se ci sono delle scene che cambierebbe con il senno di poi.
Insomma il realismo è importante sino ad un certo punto nelle commedie. L’importante è che siano verosimili. E quindi in qualche modo, no, non cambierei niente.

9) Orientamento sessuale. Secondo Lei è possibile scegliere un orientamento come cerca di fare Sara? Scegliere un amore si può? Ha dato quel finale ad Anna Foglietta perché crede che non si possa cambiare per volontà personale? Sa, da piccola le lenticchie non mi piacevano, poi una sera mi venne un’improvvisa voglia di lenticchie e da allora le mangio. Ecco, crede che i cambiamenti di gusti così repentini e casuali possano esserci anche in amore? Tutto sommato sono felice di non aver conosciuto Freud… chissà che giudizio acido e sessista mi avrebbe dato!
No, secondo me è molto difficile scegliere un orientamento, perché penso sia qualcosa di profondamente innato. E quindi per quanto la ragione si possa sforzare di andare in qualche direzione, poi alla fine a prevalere è sempre l’istinto.

10) Ho una domanda abbastanza criptica da rivolgerle adesso, la cui risposta serve solo a me. Lei, o chi ha ideato il soggetto con lei, ha per caso visto la serie televisiva americana “The L word” di Ilene Chaiken? Ne ha sentito parlare?
No, no, mai sentito.

11) Gentilissimo dott. Genovese, è stato davvero interessante poter concludere questa intervista con lei. Le chiedo un saluto ai lettori, ma prima di congedarla, devo confessarle un’ultima cosa: sono sempre sfrontata e scherzosa, giunta all’ultima domanda delle mie interviste. Penso di avere un soggetto da proporle, le piacerebbe fare un tentativo di lettura?
Sì, sì, certo. Lo manda via mail… volentieri. Un caro saluto ai vostri lettori.

Giuseppina Biondo

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